Osservazione, stimolo e parentela: come guadagnare storie dagli sconosciuti scongiurando timidezza e misantropia

Per far succedere cose nuove e quindi trovare storie nuove da raccontare, bisogna o fare effettivamente cose nuove o fare le stesse cose in modo diverso. Dato che del primo caso potete occuparvene soltanto voi, parlerò qui del secondo, includendo un esercizio pratico.

Il “modo diverso” che vi propongo di sperimentare è un cambio di atteggiamento nei confronti degli sconosciuti che incontriamo ogni giorno e l’esercizio consiste nel fingere che siano vostri parenti, sentendovi come ci si sente in compagnia di un familiare e trattandoli a loro volta come tali.

La mia tesi è che un atteggiamento rilassato e aperto faccia rilassare e aprire anche gli altri, riuscendo così a innescare reazioni ed eventi che vi permetteranno di raccogliere tante piccole storie umane, direttamente dai protagonisti.

Io non sono timida, non ho mai avuto un gran senso dell’autorità e ritengo ovvio e naturale che tutti gli esseri umani siano uguali. Posso capire che non sia così per tutti e quindi, proprio a tutti, consiglio vivamente questo esercizio, anche solo per il benessere fisico che dà, perché rilassa i muscoli e, secondo me, anche le coscienze.

Come ogni buon esperimento, la prima cosa da fare è dedicarsi all’osservazione, in questo caso delle persone. La mia prima “aula studio” per questa attività è stata la metropolitana di Milano, poiché concentrava una buona e variopinta quantità di soggetti, fermi nello stesso posto e per un periodo di tempo sufficiente a raccogliere dati. Allenato l’occhio si riesce poi ad acquisire maggiore velocità e ad effettuare osservazioni in condizioni meno agevolate.

Dopo un po’, personalmente, a me l’osservazione non bastò più, volevo che i miei “personaggi” agissero e parlassero. Allora iniziai a stuzzicarli e a sperimentare atti poetici nei loro confronti. Secondo l’ispirazione del momento, cioè, compio piccoli gesti che scatenano reazioni a catena e che costruiscono la storia praticamente da sè.

Ne parlerò sicuramente ancora, per il momento vi faccio leggere una storia di questo tipo, provocata e raccolta a Berlino, “Il saldo”.

Prima però di cimentarvi in azioni più complesse, per le quali bisogna o essere davvero portati o quantomeno allenati, poiché spesso nascondono guai, ritengo che l’esercizio della “parentela” che vado a proporvi, possa aiutarvi a prendere una buona confidenza di base, prima ancora che con gli estranei, con voi stessi mentre agite.

  • Prendete la metro o un altro mezzo pubblico, per un tragitto non troppo breve.
  • Andate a sedervi vicino a una persona a caso, con la sicurezza che si ha quando si raggiunge un amico in mezzo a una folla di gente e fingete che sia vostro fratello o sorella e che vi foste dati appuntamento proprio lì e in quel momento. Siete cioè parenti stretti e state vivendo una situazione normale e prevista.
  • Il tipo di interazione può essere ora di vari livelli, a seconda della vostra voglia e ispirazione:

se non vi va di interagire, rivolgetele un velato sorriso veloce, come vi foste già salutati e parlati a lungo poco prima e non ci fosse bisogno di aggiungere altro e godetevi il senso di calma e sicurezza che dà la familiarità;

se vi sentite ispirati, sorridetele apertamente, con tenerezza, pensando a quanto doveva essere bella o buffa da piccola e ditele solo un ciao oppure semplici frasi del tipo: “che corsa che ho fatto / sono in un ritardo tremendo / finalmente mi siedo”.

  • Guardate anche tutti gli altri avventori e immaginate chi possa essere chi, se altri fratelli, cugini, zie e zii, nonni e provate eventualmente ad immaginare quali particolari situazioni potreste aver vissuto assieme in un’ipotetica vita reale.

Se impersonerete bene il vostro ruolo e riuscirete a coinvolgere anche i sensi dell’altra persona, succederà qualcosa, sicuro, ogni tanto succede anche qualcosa di stupefacente.

Come ho avuto questa idea?

Era appena successo che feci un volo con la bici in un brutto incrocio delle rotaie del tram in piazzale Baiamonti, di fronte alla fermata di viale Montello, come al solito piena di gente. Mentre con gran fatica mi tiravo su con il muscolo di una tibia tagliato, la gente alla fermata mi guardava a malapena e uno di loro mi urlò di fare presto a spostare la bici perché avrebbe bloccato i tram. Legata la bici rotta, sono tornata a casa sul 4. Essendo atterrata a pelle d’orso, oltre a zoppicare, ero tutta sporca di nero. Nessuno sul tram batté ciglio, tantomeno mi fece sedere ed io, ingenuamente stupita, neanche lo chiesi.

Non amavo particolarmente la gente nemmeno prima e dopo questo fatto già vedevo il mio futuro in totale misantropia e poi ho pensato no, non vi riconosco il potere di decidere che fine farò e così definii il mio punto di vista e proposito sulla questione: vi studierò e vi descriverò, vi pungolerò e reagirete dandomi tante righe da scrivere. E non solo vi tollererò ma diventeremo anche parenti e tutto questo per il potere che sicuramente riconosco alla scrittura.

Timidi e misantropi, coraggio, si può fare di meglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *